La partita non finisce finchè non è finita

Partita

Un paio di anni fa lessi un articolo che aveva scritto un tennista russo, Yuri Novakov, dopo aver giocato la finale di Kiev, l’ultima partita che avrebbe proclamato il campione e che significava molte cose per l’immediato futuro del vincitore.

Novakov gareggiava con un giovane tennista, talentuoso ed allenato, che lo superava in velocità ed in abilità. A gran fatica Novakov era riuscito a mantenere il servizio fino al sesto game, ma da lì in avanti il primo set fu un chiaro trionfo per il suo avversario.

Tutto sembrava un effervescente monologo del più giovane: Novakov avrebbe poi detto che si era già reso conto della superiorità del suo rivale. Sapeva di avercela messa tutta e che non sarebbe bastato. Da metà set dovette farsi coraggio per resistere alla tentazione di abbandonare. Si ripeteva continuamente quella battuta di Yogi Berra: “la partita non finisce finché non è finita”.

A volte la motivazione non è sufficiente e Novakov non potè evitare al set-point, sul punteggio di 0-40, in quello che aveva tutta l’aria di essere l’ultimo game.

Per qualche motivo che forse sarà difficile da spiegare, Novakov in quel momento battè, parole sue,  il miglior servizio della sua vita. Non sarebbe successo nulla se il suo avversario avesse semplicemente incassato quell’ace e aspettato la battuta successiva, ma… Il giovane voleva vincere, voleva chiudere, voleva festeggiare.

Forse non aveva mai sentito la frase che il battitore si ripeteva in quei momenti: “La partita non finisce finché non è finita”.

Sarà stato per questo, sarà stato per una fatalità, mentre correva per rispondere a quel servizio meraviglioso il giovane si slogò la caviglia e cadde.

Si rialzò immediatamente ma era dolorante. Novakov non ebbe bisogno di altri servizi magistrali per vincere quel game: “la parita non finisce finché non è finita”, pensò e sorrise.

Era una grande verità. Meno di un’ora prima tutto sembrava perduto e ora stava per vincere il torneo. “La partita non finisce finché non è finita” ripetè un’ultima volta. Il seguito Novakov lo racconto così:

“Mi resi conto che potevo vincere. Non ero io il migliore, era lui, ma quell’incidente fortuito mi avrebbe fatto vincere il torneo. Potevo diventare il campione, anche se era ingiusto. Chi non sa co’sè la motivazione penserà che mi lasciai battere, ma io so che all’improvviso il torneo non mi interessava più e che tutti quei doppi falli nacquero dal fatto che non avevo più desiderio di vincere. Credo che il torneo si sia concluso in favore del migliore, che non ero io. In compenso ho avuto la conferma assoluta di un qualcosa che da allora intendo in un altro modo: La partita non finisce finché non è finita.”

 

Qui sta il punto debole: nel supporre di sapere già come andranno a finire le cose che non sono ancora cominciate. Siamo così sciocchi che soffriamo di più se sbagliamo profezia che se ci succede ciò che avevamo previsto. E, a quel punto, senza rendercene conto, ci sfornziamo di rendere reali le nostre catastrofi personali, anche solo per confermare ciò che già sapevamo. Che stupidaggine! Se riesci a rinunciare alla vanità di prevedere il futuro, avrai davanti agli occhi quello che ti rimane da imparare. Accettare il fatto che dietro ogni angolo ci sono sempre soprese, belle e meno belle.

[Jorge Bucay, “Conta su di me”]