Le storie che raccontiamo

Guerra
“Quando si parla della mia storia personale come di una storia di guerra continua, penso che il privilegio di chi racconta storie sia questo: che può decidere quali aspetti sono importanti e quali tengono insieme stagioni diverse della propria vita. E’ vero: sono nato nella guerra del ’67, per quella del ’73 andavo alle Elementari, facevo le Superiori con la guerra del Libano e la mia vita avanza tra una guerra e l’altra. Eppure, credo che la libertà che abbiamo in quanto esseri umani sia di poterci scegliere una biografia alternativa.
[…] La biografia di guerra, però, non è quella che mi sono scelto. Ebbene, oggi volevo parlarvi dell’importanza che ha per me il racconto orale. E questo non perché pensi che il racconto orale sia in qualche modo più importante della letteratura scritta.
Per tutta la mia vita da scrittore, interrogato su quali autori mi avessero maggiormente influenzato, facevo sempre i nomi di, ad esempio, Kafka o Bashevis Singer. In questo modo avevo l’impressione di fare quello che ci si aspettava da me, ma anche di non dire tutta la verità. Credo, infatti, che le storie che hanno formato la mia identità, non solo come scrittore, ma come essere umano, siano nate prima.
Entrambi i miei genitori erano superstiti dell’Olocausto e nessuno dei due ha avuto un’infanzia normale. Mia madre si è vista uccidere davanti agli occhi la madre e il fratello e ha perso tutta la famiglia nel ghetto di Varsavia. Mio padre è sopravvissuto alla guerra con i genitori, rimanendo nascosto per due anni in una buca scavata nel terreno. Quando poi si sono fatti una famiglia – quello che durante la guerra era il loro sogno più grande, qualcosa di apparentemente irraggiungibile: sopravvivere e mantenersi fisicamente e psicologicamente integri per poter un giorno incontrare un’altra persona con cui condividere la vita ed avere dei figli – ebbene, una volta realizzato quel sogno volevano essere i migliori genitori al mondo.
Ero ancora molto piccolo quando mia madre mi disse che di solito il modo in cui si è genitori dipende dall’infanzia: se questa è stata felice, si imita e riproduce il comportamento dei propri genitori; se invece è stata orribile, si cerca di fare l’esatto contrario. Nel mio caso, ero un bambino quando mia madre mi disse: <<Non ho punti di riferimento: i miei sono morti troppo presto perché sappia come deve comportarsi un genitore, quindi con te farò degli esperimenti e, se faccio qualcosa di sbagliato, dimmelo e cercherò di fare in altro modo.>>
Non le ho mai detto di fare in altro modo, perché il sistema che proponeva mi sembrava perfettamente logico, e così mi sembra ancor oggi, per quanto mi renda conto che non è normale. Per esempio, a casa nostra c’era una regola molto semplice: se pioveva non si andava a scuola, perché, diceva mia madre, <<non insegnano nulla di così importante per cui valga la pena bagnarsi.>> Ed aveva creato un’infinità di altre regole e leggi che, m’immagino, erano logiche per un bambino come me, cresciuto in un suo mondo immaginario.
Uno dei ricordi più vividi che mia madre conservava dei suoi genitori era quello delle storie della buona notte. Entrambi i miei genitori erano molto istruiti: leggevano in sei lingue diverse e casa nostra traboccava di libri. Ma quello che mia madre ricordava erano le storie orali che sua madre e suo padre le raccontavano nel ghetto, dove non c’era modo di procurarsi libri per bambini. Così, ogni sera dovevano inventarsi una nuova storia e per tutto il giorno andavano raccogliendo idee, pensieri e immagini che di sera si sarebbero materializzate in quella nuova storia, la storia del giorno, che era una vera e propria manifestazione d’amore. Quando mise su famiglia, lei volle fare lo stesso. Ovviamente sapeva che sarebbe potuta andare nella libreria più vicina e comprare Alice nel paese delle meraviglie o Winnie-the-Pooh o un qualunque altro classico, ma per lei leggere una storia da un libro era un po’ come ordinare una pizza per cena. E’ tipico dei genitori pigri. <<Un genitore pigro,>> diceva con spregio <<compra la storia di qualcun altro, perché è troppo pigro per creare una storia speciale per il proprio figlio.>> E il fatto che quelle storie fossero orali e avessero una vita sola, perché poi svanivano nel mondo come sculture di ghiaccio, rendeva quelle storie speciali sia per lei sia per me. Mia madre aveva uno straordinario talento immaginativo e creava storie con estrema facilità: storie legate sempre agli avvenimenti del giorno, a qualche dettaglio minuto che, un po’ come la foto di un ostaggio con il giornale, ne provava l’attualità e la freschezza, come a dire che non erano vecchie storie congelate e scongelate per l’occasione, ma che erano appena state sfornate.
Le storie di mia madre mi piacevano tantissimo, ma capitava che dovesse lavorare fino a tardi o che non si sentisse bene, e allora toccava a mio padre raccontarmi qualcosa prima di andare a letto. Siccome in casa non c’erano libri per bambini, il sistema a cui doveva ricorrere era lo stesso, solo che mio padre non sapeva inventare storie. Sicché, quando era il suo turno, mi raccontava sempre storie che in sostanza erano cose che gli erano capitate. Fu quella la mia prima introduzione alla ‘non-fiction’.
Se le storie di mia madre erano un insegnamento sul potere dell’immaginazione e, in fondo, su come il mondo in cui viviamo sia illimitato, perché si può sempre immaginare qualcosa di nuovo e allargare gli spazi, e su come in realtà tutti i muri che ci circondano siano trasparenti e li si possa attraversare, le storie di mio padre mi insegnavano altro. Queste parlavano sempre di persone che ai miei occhi di bambino sembravano comportarsi male; lo scopo del racconto non era però quello di giustificarle, ma di immedesimarsi e comprenderle. Alla fine, qualunque cosa facessero, i personaggi di tutte le sue storie risultavano umani. Se possibile, queste storie mi piacevano persino di più, forse anche perché erano più rare e perché vedevo che mio padre sudava nel raccontarle.
[…] Credo che dal buco nero dell’Olocausto sia uscito questo sguardo, questo modo di raccontare storie nel tentativo di umanizzare quanto ci circonda, che mi insegnò qual era il ruolo del racconto: non favoleggiare, abbellire la realtà, truccarla un po’ per darle un aspetto migliore, ma prendere la vita così com’è, per quanto brutta, e al suo interno trovare pur sempre qualcosa di umano che dia un senso al nostro stare al mondo.”
[ Etgar Keret, “Le storie che raccontiamo”, http://www.premiovonrezzori.org/etg… ]