“Valzer con Bashir”: la guerra è finita (?)

Bashir
"Un viaggio per cercare di ricostruire un avvenimento traumatico del passato è come un 
impegno ad affrontare una lunga terapia. La mia terapia è durata quanto la produzione di Valzer con Bashir: quattro anni. "

Ari Folman

Si può dimenticare una guerra?

Si può dimenticare di essere stati in guerra?
Queste sono le domande che accompagnano il pensiero di Ari Folman, scrittore, regista e – sopratutto- riservista dell’esercito. “Valzer con Bashir” è la sua storia, è la storia del suo popolo ma è una storia che riguarda tutti noi.
“Valzer con Bashir” è un film meraviglioso e scioccante che si è meritato il Golden Globe nel 2009 come “Miglior Film Straniero”.
Tutto nasce dall’ossessione del regista per l’incubo raccontatogli da un suo amico: ventisei cani feroci attraversano di corsa la sua città e ringhiano sotto il suo appartamento con il chiaro intento di sbranarlo. L’ossessione per questo racconto porterà il regista ad interrogarsi sul suo passato di soldato: ha partecipato o no alla guerra in Libano?
Come abbiamo già visto in “Memento”, troppe volte la nostra memoria gioca brutti scherzi cancellando o distorcendo i nostri ricordi. L’immaginazione però è sempre in agguato: è capace di forgiarne di nuovi, spesso mai esistiti nella realtà.
Il film, una sorta di documentario animato, conduce Folman e noi spettatori nel drammatico massacro di Sabra e Shatila del 1982 e lo fa utilizzando dialoghi, interviste, flashback che si svolgono tra il reale e l’immaginario: sette dei nove intervistati sono persone reali. Sono state intervistate e filmate in un teatro di posa. Per ragioni personali, Boaz (l’amico che sognava i cani) e Carmi (l’amico che vive in Olanda) non hanno voluto apparire nel film, perciò sono stati interpretati da attori.
“Valzer con Bashir” diventa una sorta di seduta psicoanalitica in cui l’incubo, causa del film stesso, viene affrontato ed interpretato per mostrarci un “incoscio ormai in subbuglio in cui riaffiorano nella mente le scene dell’agghiacciante massacro” [Ignazio Senatori].
Riscrivendo la sua storia il regista è costretto ad interrogarsi non solo sull’entità del massacro stesso ma, sopratutto, sull’immane processo di rimozione “che l’intero popolo israeliano ha messo in atto per cancellare dalla propria memoria i tanti massacri compiuti ai danni del popolo palestinese” [Ignazio Senatori].
In un’intervista il regista ha raccontato: “La storia narra la mia esperienza. Racconta quello che ho passato dal momento in cui mi sono reso conto che alcune grosse parti della mia vita erano completamente sparite dalla mia memoria. Ho affrontato un grosso sconvolgimento psicologico durante i quattro anni in cui ho lavorato a Valzer con Bashir. Ho scoperto molte cose importanti del mio passato proprio mentre, durante quel periodo, mia moglie ed io mettevamo al mondo tre bambini. Questo ti fa riflettere, ti fa pensare che forse lo stai facendo per i tuoi figli. Quando saranno cresciuti guardare il film potrebbe aiutarli a prendere le decisioni giuste, ossia a non prendere parte a nessuna guerra, di nessun genere.”
L’intento del regista non si limita a questo: Folman si rivolge, infatti, a tutti gli ex soldati israeliani che hanno vissuto e che continuano a vivere con i loro ricordi ben sepolti nella memoria, ricordando loro però, che da un momento all’altro “dentro di loro tutto potrebbe esplodere e allora potrebbe succedere chissà che cosa. In questo consistono i disordini da stress post-traumatico.”

 

“Avendo realizzato Valzer con Bashir dal punto di vista di un semplice soldato, sono giunto ad una conclusione: la guerra è talmente inutile da non crederci. Non ha niente a che vedere con quello che si vede nei film americani. Niente fascino, niente gloria. Solo dei ragazzi giovanissimi che non vanno da nessuna parte, che sparano a gente che non conoscono, che si fanno sparare da gente che non conoscono, e poi tornano a casa e cercano di dimenticare. Qualche volta ci riescono. Ma la maggior parte delle volte no.”