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Quando Freud fece entrare in scena la scrittura: la narrazione in Psicologia

Freud
“Un uomo che vuole la verità diventa scienziato; un uomo che vuole dare libero sfogo
 alla sua soggettività diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole
 qualcosa d’intermedio?”

[Musil," L’uomo senza qualità"]

Non si può evitare di tradurre gli eventi, fisici e psichici, in una descrizione narrativa: la scrittura risulta essere sempre una vittoria, una traccia, un segno che rimane e sopravvive nonostante le catastrofi, i traumi, i dolori.

E’ con gli scritti di Freud che cade la demarcazione netta tra scienza e letteratura: il lavoro clinico diventa racconto, un racconto che parte dall’esperienza soggettiva del terapeuta.

Il “Caso di Dora“, secondo Segre, rappresenta uno dei momenti di nascita del romanzo moderno perché in esso l’autore è chiamato in causa, fa il suo ingresso nel campo e lo si ritrova nel tessuto stesso dell’opera: Dora si viene così a collocare tra “i sentieri che biforcano” della letteratura e della psicoanalisi.

E’ da Freud in poi che si inizia a sentire il bisogno di narrare, narrare non solo il corso della “relazione terapeutica” ma la Storia della persona; al “metodo scientifico”, dunque,  bisogna sostituire il “metodo degli scrittori”, l’unico in grado di dare “una descrizione particolareggiata dei processi psichici”.

La scelta di assumere il linguaggio rigoroso e dogmatico della teoria riesce ad accontentare le esigenze scientifiche ma rischia di lasciar fuori la storia del percorso compiuto attraverso l’esperienza e che non può essere tradotto se non nell’altro linguaggio, quello delle “storie”, vera novità della ricerca freudiana.

Freud fa “entrare in scena la scrittura” – secondo l’espressione di Derrida – nel momento della sua crisi, quando abbandona la neurologia, quando prende atto dei fallimenti e travisamenti clinici, crolla la teoria della seduzione e comincia l’esplorazione del sogno: “l’apparato psichico è un sistema di inscrizioni e trascrizioni”, comunica a Fliess; “se pensiamo che i mezzi di raffigurazione del sogno sono principalmente immagini visive… il confronto del sogno con un sistema di scrittura ci apparirà ancora più appropriato che non quello con una lingua”.

Nella ricerca freudiana del linguaggio più idoneo a rappresentare la complessità del mondo psichico, l’autore si trova, quindi, costretto ad ammettere il ricorso al metodo letterario come necessità, pur continuando ad interrogarsi sui suoi limiti.

Croce e delizia del linguaggio letterario, infatti, risulta il suo essere proprio della soggettività e proprio nel suo essere tale possiede una potenzialità evocativa che, spesso, si avvicina all’ambiguità: si presta dunque ad interpretazioni soggettive che potrebbero essere infinite e che non rappresenterebbero più l’evento originale ma solo tante re-interpretazioni di questo. Le parole assumono un loro significato, esprimono una realtà complessa e, pertanto, non possono avere un valore univoco e assoluto: ogni traduzione, ogni trascrizione, comporta sempre un inevitabile “tradimento”.

Per ovviare a questo problema bisognerebbe seguire il consiglio di Bion: “Sognare l’esperienza emotiva mentre questa accade”, ovvero rinunciare alla pretesa onnipotente di cogliere il senso oggettivo di quello che si osserva.

APPROFONDIMENTI:

  • Algini M.L. “Dal Transfert alla Scrittura“, in “Psicoterapia Psicoanalitica”, Anno VI, Numero 1, Gennaio-Giugno 1999
  • Chianese D., “Il lavoro della scrittura tra possesso e perdita“, in “Psicoterapia Psicoanalitica”, Anno VI, Numero 1, Gennaio-Giugno 1999
  • Tappa Loizzo G., “Linguaggio scientifico e linguaggio letterario nella comunicazione dell’esperienza clinica a partire da Freud“, in “Psicoterapia Psicoanalitica”, Anno VI, Numero 1, Gennaio-Giugno 1999